Il triangolo drammatico delle abbuffate alimentari

Ago 29, 14 Il triangolo drammatico delle abbuffate alimentari

In alcune persone, che sperimentano frequentemente le abbuffate alimentari, accade che la mente si arrovelli in maniera ossessiva intorno ad un feticcio: il cibo.

In questi casi, il cibo può assumere contemporaneamente diversi significati e ricoprire diversi ruoli all’interno della relazione con chi si abbuffa:

  1. quello di persecutore abusante e punitivo, pronto a castigare la persona per le sue pene innate, per l’indegnità morale ed esistenziale insite nella sua persona;
  2. quello di oggetto salvifico, in grado di regalare sensazioni positive attraverso il gusto, la presenza nello stomaco e l’innalzamento temporaneo dell’umore che deriva dal mangiarne, seducendo la persona fino all’abbuffata come in una vera esperienza erotica;
  3. quello della vittima della propria emotività, contro cui scagliare la propria rabbia e aggressività, come se fosse l’incarnazione della causa del proprio dolore.

E’ in questo modo che il cibo, durante le abbuffate, può entrare nella relazione con la persona che si abbuffa andando a costituire quello che, in psicologia, viene definito “il triangolo drammatico”.

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La tendenza delle persone a stabilire questo tipo di relazione con oggetti e persone ha origini molto antiche nella storia di vita e per tale ragione la semplice prescrizione di un piano alimentare risulta del tutto fallimentare nel ristabilire uno stile alimentare sano (sano dal punto di vista fisico e psichico). E, in questi casi, anche il supporto motivazionale risulta insufficiente, in quanto lavora quasi esclusivamente sulla valutazione dei costi e dei benefici del proprio stile alimentare, correggendo gli errori di valutazione ed insegnando al paziente ad effettuare un problem solving efficiente per risolvere gli ostacoli all’adesione ad uno stile alimentare sano. Tutto ciò, però, non mira alla ristrutturazione (una sorta di ri-scrittura) di modalità radicate di rappresentazione di sé e dell’altro all’interno della relazione e delle conseguenti forme di interazione con persone ed oggetti.

Meccanismi cristallizzati di tipo dipendente, infatti, agiscono prepotentemente, sabotando ogni tentativo razionale, strutturato e ben programmato di intervento. Affidandosi esclusivamente alle tradizionali “soluzioni” offerte dal mercato della nutrizione e della dietetica (programmi alimentari, sport e supporto motivazionale), purtroppo, il paziente finisce con il collezionare un numero di fallimenti che lo portano a sentirsi via via sempre più frustrato ed impotente.

Un approccio valido necessita, invece, di un intervento profondo ed integrato, che non può prescindere dalla psicoterapia, volta alla ristrutturazione di schemi relazionali disfunzionali che si perpetuano nella relazione con il cibo, reiterando i meccanismi di triangolazione drammatica visti precedentemente.

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Dott.ssa Teresa Montesarchio

Psicologa Psicoterapeuta Spec.


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